LA CHIESA DELLA SANTA CROCE AL MONTE CALVARIO E IL CONVENTO dei Minori Cappuccini di P. Giancarlo Fiorini
E’ dal lontano 1613 che i Cappuccini sono presenti a Velletri nel luogo attuale, dopo aver lasciato il fatiscente conventino di Santo Stefano all’interno delle mura cittadine (presso l’attuale Porta Napoletana), che venne poi abbattuto.
Il luogo solitario fuori città era noto come “Colle di Gian Papa”, e poi fu chiamato “Monte Calvario”. Il terreno era stato donato ai Cappuccini con decisione unanime dei sette amministratori veliterni e con il consenso del Rettore della parrocchia di Sant’Angelo, proprietaria del terreno. Ai frati vennero destinati anche duemila scudi come contributo pubblico per le ingenti spese cui andavano incontro; non mancarono le offerte spontanee dei cittadini veliterni, come quella del colonnello Migno Torri, che d di.
La croce – come segno di presa di possesso – fu piantata sul colle il primo febbraio 1609, dopo che il notaio Zeffirino Velli undici giorni prima aveva steso il contratto di vendita. I lavori richiesero molto tempo e collaborarono attivamente anche molti frati.
Convento e chiesa
Nel nuovo convento di Monte Calvario – come riportato dagli Annali manoscritti dei Cappuccini di Roma – i frati trasportarono solennemente la statua di San Rocco e la posero in una cappella dove un noto pittore del seicento, Paolo Piazza, divenuto cappuccino con il nome di fra’ Cosmo da Castelfranco Veneto, dipinse la vita del Santo. “E dipinse anche il quadro dell’Altare Maggiore… ed il tutto è molto stimato da persone giudiziose. Nel coro di detta Chiesa si conserva e venera una Immagine della Madonna SS.ma con il suo Figlio in braccio… e dicono che fosse percossa da un certo omaccio con un sasso, che gli tirò, e subito quella mano dipinta fece quel motivo come fosse stata di carne”.
Qui si parla della “Madonna della Piaga”, che qualche anno dopo fu messa nella cappella a lei dedicata, dove tuttora è venerata. La chiesa fu consacrata il 18 ottobre 1626 dal vescovo di Fossombrone, il veliterno Lorenzo Landi, e dedicata alla Santa Croce. “Questa Chiesa – prosegue l’annalista cappuccino del seicento – il giorno della festa di S. Stefano e di S. Rocco particolarmente è visitata da tutta la città, che appena vi resta alcuno che non venga alla devozione”. Il nuovo convento divenne subito luogo di formazione e di studio degli aspiranti alla vita dei Cappuccini, con un impegno culturale notevole, che assicurò la formazione di una biblioteca ben fornita di libri, cosa non comune allora tra i Cappuccini.
La peste e il colera
Nel 1656 l’epidemia di peste scoppiata nel Regno di Napoli si estese a Roma e dintorni. Anche Velletri fu colpita e i Cappuccini furono i primi a mettersi a servizio dei malati. Un manoscritto dell’epoca (Annali,vol. II, pp. 591-592) racconta che tre frati morirono nell’assistenza spirituale e materiale agli appestati “mancando i Sacerdoti secolari, per timore della morte, nel ministero dei SS. Sacramenti”: il guardiano di Velletri, Padre Clemente da Osimo, il chierico fra’ Clemente da Rieti e il fratello laico Valentino da Faenza, mentre “il p. Andrea da Termini, Sacerdote, della Provincia di Palermo, il quale già due altre volte, in altri diversi luoghi, si impiegò in simile ministero, benché ferito di peste, fu conservato in vita.
La cronaca dell’Ordine ricorda alcuni Cappuccini nativi di Velletri, che si dedicarono generosamente ad alleviare le sofferenze della gente colpita dal colera. Siamo nel 1800 e una memoria particolare merita Padre Cherubino Martinenzi, nato il 25 giugno 1802. Divenuto sacerdote, insegnò Filosofia a Subiaco e a Roma. Nominato Prefetto della Missione in Brasile, stava per partire, quando si verificò un’epidemia di colera a Roma. Chiese di essere inviato al servizio dei malati e si prodigò generosamente. “Sfinito pertanto di forze, oppresso dalle continue fatiche, e quasi soffocato dagli eccessivi suffumigi che in quel luogo su faceano”, il 29 agosto 1837 contrasse il contagio e “il dì 30 Agosto circa le ore tre della notte placidamente rese l’Anima al Creatore”.
Fu sepolto al cimitero del Verano nel reparto riservato ai religiosi morti di contagio. Nel 1844 i suoi resti furono trasportati nel cimitero dei Cappuccini dell’Immacolata Concezione e deposti sul pavimento della cripta dei tre scheletri con una vistosa lapide elogiativa in lingua latina. Nella stessa epidemia a Roma servì i colerosi anche una personalità di grande prestigio nell’ordine, Padre Luigi da Velletri (Nicola Zarù, 1792-1849), sacerdote e predicatore, che ricoprì le importanti cariche di segretario e di archivista. Nello stesso anno 1837 ad Albano si dedicò al servizio dei colerosi Padre Isidoro da Velletri (Marcoccia Giovanni Antonio, 1794-1863).
La soppressione e la guerra
Il 7 luglio 1866 in Italia fu emanato il Regio Decreto di soppressione degli Ordini religiosi e i loro beni furono incamerati dallo Stato. Il 19 giugno 1873 la legge fu resa esecutiva anche per la provincia di Roma. Così a partire dal 1875 tutti i beni degli Ordini vennero requisiti dallo Stato. Per il convento di Velletri ciò avvenne il 10 giugno 1875, però dopo arbitrari e odiosi soprusi. I frati dovettero abbandonare il convento e furono ospitati da Camillo Vita in una casa di campagna. Poterono tornare in convento nel settembre 1882, dopo averlo ricomprato all’asta pubblica, stipulando il contratto il 24 giugno di quell’anno, non come frati, ma come privati cittadini. Ma lo stabile era ridotto in pessime condizioni. Così nel giugno 1901 i Cappuccini decisero di intervenire radicalmente, tanto che il cronista annota: “In conclusione si deve pure asserire che il convento di Velletri è stato, anziché ampliato, costruito di nuovo”. Così il convento cominciò ad assumere l’aspetto recettivo di Seminario e di scuola. Già nel 1904 vi si stabilì il corso filosofico per gli studenti Cappuccini e nel 1922 divenne sede dell’unico seminario dei Cappuccini del Lazio.
Il 26 settembre 1917, “causa uno sciopero e rivolta della popolazione di Velletri”, i militari occuparono temporaneamente il primo piano del convento, “non essendovi in città locale disponibile”. I bombardamenti del 1943-44 rasero al suolo gran parte delle abitazioni della città e produssero danni ingenti al convento. Dopo il bombardamento del 2 febbraio 1944, i seminaristi furono trasferiti a Montefiascone e a Viterbo nell’antico convento del monte della Palanzana.
Per alcuni anni a Velletri rimasero pochi frati che svolgevano attività pastorali, ma il convento era quasi inabitabile. Nel 1952 iniziarono i lavori di ricostruzione, dopo di che divenne sede dei seminaristi di quarto e quinto ginnasio. Poiché il numero dei seminaristi era aumentato notevolmente, nel 1959 fu costruita una nuova ala di cinque piani, che fu inaugurata nel novembre 1960.
Ieri e oggi
Tra i Cappuccini degni di ricordo citiamo anzitutto Padre Clemente da Velletri, morto in fama di santità nel 1612 a Subiaco; di lui un grande storico come il Baronio ha scritto: “Si segnalò in modo ammirabile per l’innocenza e la perfezione della vita e per la lodevole osservanza della Regola di San Francesco. Con ogni cura si dedicò soprattutto alla preghiera. Fu molte volte privilegiato del dono dell’estasi, da rimanere spesso insensibile alla vita terrena fino a quattro ore”. Venendo ai nostri giorni, vogliamo ricordare la persona instancabile di fra’ Diego Venditti, laborioso e pieno di carità verso tutti, morto nel 1996.
Durante l’ultimo conflitto mondiale, più volte rischiò la vita per procurare il necessario per vivere ai frati e alle decine di famiglie ricoverate nei sotterranei dei conventi di Velletri e di Genzano. Come non citare Padre Clemente Messore, scomparso il 29 luglio 2010? Nato a S. Ambrogio sul Garigliano il 27 maggio 1933, venne a Velletri nel 1964 e vi restò fino alla fine. Nominato direttore del seminario e preside della scuola media dei Cappuccini, in pochi anni riuscì ad ottenere il riconoscimento legale dei titoli di studio ed ebbe la felice intuizione di affiancare ai pochi seminaristi i ragazzi esterni che ne facevano richiesta. Le iscrizioni esterne cresceranno di anno in anno, fino a sfiorare i 300 alunni, mentre il seminario chiuderà del tutto nel 1978.
Il successo della scuola era tutto di Padre Clemente. La selezione dei professori, le linee pedagogiche, lo svolgimento regolare delle lezioni, il clima scolastico di serietà e armonia, il numero crescente degli alunni e il livello culturale da loro raggiunto, le numerose attività scolastiche ed extrascolastiche, spiegano quindi e giustificano la Medaglia d’oro conferita dal Presidente Giovanni Leone a P. Clemente come Benemerito della Scuola, della Cultura e dell’Arte.
Ma all’inizio degli anni ’90, le iscrizioni alla scuola per vari motivi iniziarono a diminuire sempre più, e così nel ‘96 si decise di chiudere la scuola media “San Francesco d’Assisi”, con grande rammarico di tutti. Ma l’attività di Padre Clemente non si esauriva nella scuola, perché assunse altri impegni che portò avanti scrupolosamente.
Particolarmente delicato e impegnativo è stato il servizio che ha svolto presso la clinica “Madonna delle Grazie” fin dal lontano 1978. Ogni giorno celebrava la Messa al mattino e visitava gli ammalati, di solito nel pomeriggio, anche quando gli riusciva faticoso camminare e aveva difficoltà respiratorie. Per quanto avesse ormai una certa età e non gli mancassero i problemi fisici, dal 1dicembre 1997 al 16 novembre 2008 si impegnò con tutto se stesso nell’assistenza spirituale ai fedeli della parrocchia di San Paolo ai Cinque Archi.
Disponibile e infaticabile, riuscì a creare un ambiente fraterno, solidale, dinamico. La vita ecclesiale rifiorì e furono realizzate varie opere: per la ristrutturazione e l’ingrandimento della chiesa, per la creazione di sale per le attività parrocchiali, per la dotazione di strutture audiovisive, per l’acquisto di quadri e statue, per migliorie negli ambienti esterni. In previsione delle dimissioni da parroco per limiti di età, il Vescovo diocesano lo aveva nominato Responsabile della Pastorale Sanitaria nei luoghi di Cura privata in Velletri, che sono “numerosi, di diverso genere e dimensioni” (decreto del 15 ottobre 2008).
Nonostante la salute cagionevole, egli assolverà il suo dovere con scrupolo e alto gradimento da parte di pazienti e gestori (a volte non cristiani), creando un clima sereno, fatto di rispetto, attenzione e amicizia. Al di là degli impegni ufficiali, egli si rese sempre disponibile per l’ascolto, il conforto, il consiglio e l’aiuto a un grandissimo numero di persone, tra l’altro prendendo parte alle loro feste o al loro dolore, senza badare a sacrifici, contento di poter aiuta


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