La Festa della Madonna delle Grazie di Mons. Andrea Maria Erba

Mentre scrivo, a 24 ore di distanza dalla memorabile processione in onore della Madonna delle Grazie, che si è rivelata, come sempre, un imponente fenomeno di popolo e di fede cristiana, mi sento ancora pervaso di ammirazione ed emozione di fronte ad uno spettacolo meraviglioso.

Velletri “città di Maria”, si è trasformata per una sera – una bellissima, tiepida sera di maggio – in un immenso palcoscenico sacro, dove personaggi, interpreti e pubblico hanno gareggiato in lieta, orante armonia di voci, di cuori, di anime, nell’onorare la Vergine. Ho visto con i miei occhi che si tratta di una vera espressione di pietà religiosa, di un amore sincero e filiale verso la Santa Vergine. 

La processione: questa libera e massiccia adesione ad un appello che viene dalla profondità dei secoli e dall’intimità delle coscienze; questo incontrarsi ed incrociarsi di folle osannanti, sospinte da un unico pensiero e attratte dal medesimo fascino; l’elevarsi di un intero popolo nei cieli della spiritualità con preghiere, canti e acclamazioni; la lunga teoria di donne vestite in abito penitenziale e alcune anche a piedi scalzi, con grossi ceri in braccio e fiammelle tremolanti nella notte; le stesse luminarie multicolori, gli archi trionfali, i drappi gli altarini, i petali di rose piovuti dalle finestre; il suono a distesa delle campane delle sei parrocchie cittadine toccate dalla processione …

Tutto questo clima di profonda suggestione è la prova migliore per dimostrare il carattere genuino di una ricorrenza festosa che, se non ci fosse bisognerebbe inventarla. E mi trovo d’accordo con quanti giudicano il fenomeno mariano come il simbolo culturale più potente affermatosi nei duemila anni dell’occidente cristiano.

In effetti, Maria occupa un posto centrale bella vita di Cristo e della Chiesa, è sempre presente nell’animo dei fedeli, ne permea dall’interno ogni manifestazione di pietà. Quando negli studi teologici si fa ricorso alle testimonianze della Sacra Scrittura, della Tradizione, del Magistero ecclesiastico e all’opione degli stessi teologici per la verifica religiosa, non viene mai trascurato il sentimento del popolo di Dio, quello che viene chiamato “il senso dei fedeli”.

E a me pare che la devozione dei velletrani per la loro Madonna rappresenti una via esistenziale e intuitiva per cogliere Maria al centro del suo essere e della sua missione. Tutti insieme e su un piano di uguale dignità formando un solo popolo in cammino, i fedeli più poveri, gli umili, i senza voce, i senza poteri hanno la possibilità di manifestare pubblicamente non per potresta ma con fede e rispetto, i loro problemi e le loro ansie, le angosce e le asperità del vivere quotidiano, e insieme le speranze, le aspettative, il desiderio di un mondo più umano, più pacificante e più giusto. La gente semplice non parte da concettualizzazioni, non si ferma a disquisire, ma si lascia guidare da una sorta di “istinto divino” in un muto dialogo con il Trascendente, percepisce una superiore presenza dentro la propria situazione “sub specie aeternitatis”.

Se il primo sabato di maggio è diventato un punto di riferimento e di incontro irrinunciabile per Velletri e per tanti figli vicini e lontani, ciò significa che il tessuto popolare e la memoria storica sono elementi saldamente ancorati ad una condizione dello spirito, prima che a dei fattori esterni.  Detto altrimenti: Maria è considerata una persona viva, da chiamare per nome, da applaudire in stile familiare, degna di essere onorata, da portare in trionfo come una vincitrice. Per quanto ho potuto vedere, il culto alla Madonna delle Grazie realizza quegli atteggiamenti fondamentali che anche i sociologi più scaltriti e mariologi più raffinati esigono perché la pietà popolare sia ritenuta autentica e non riflesso di frustrazioni e di contraddizioni sociali. Infatti la Madonna delle Grazie appare agli occhi di noi tutti, in primo luogo, come l’immagine della madre misericordiosa e potente, come il mezzo attraverso il quale Dio viene e si china sull’umanità sofferente e bisognosa d’aiuto.

In secondo luogo, la Vergine è ammirata come “la piena di grazia”, la “tutta Santa”, il modello ideale della bellezza e dell’umanità, capace di colmare il vuoto radicale del nostro essere, cioè la nostra realtà di peccatori. Maria è realmente vicina all’uomo, entra nella nostra storia, cammina con ciascuno di noi, infonde coraggio e conforto nella prova, di tutti è soccorritrice nelle più varie situazioni.

Nel passato e nel presente, i veliterni hanno coscienza che la Madonna delle Grazie appartiene al loro patrimonio più prezioso, è “un bene loro” inalienabile. Ogni tristezza svanisce con il sopraggiungere della festa: rientrando sabato sera nella basilica di San Clemente al termine del lungo peregrinare, veniva spontaneo il ricordo dell’entusiasmo dei cristiani del quinto secolo, quando portarono in trionfo i padri del Concilio di Efeso che avevano proclamato Maria “Theotòkos”, cioè “Madre di Dio”.

Se è lecito parlare di spettacolo a proposito di queste manifestazioni, direi che c’è uno spettacolo nello spettacolo: quello dei “Portatori della Madonna” circa 280 uomini e giovani in divisa biancoceleste, che fanno ressa nel sottoporsi al peso della grandiosa macchina, felici di issare sulle spalle l’Immagin

 venerata e trasportarla lungo le vie tortuose del centro storico, secondo un preciso itinerario, con riti e soste prestabilite.  

Chi da 20, da 30, da 40 e più anni partecipa a questa impresa e ogni volta è un nodo in più sul cordone che cinge la divisa. Ho visto qualcuno con gli occhi lucidi di pianto, altri stringere i denti per la fatica, tergersi il sudore dalla fronte, seguire con apprensione i movimenti del quadro, ciascuno animato da fervido impegno, inserito in un cammino, in un sorprendente itinerario intessuto di fede, di penitenza, di religiosità. Forse ancor più fervorosa la partecipazione di quel coro di donne, nero – vestite, instancabili nel cantare per ore antiche laudi in onore di Maria, con una ripetizione incessante di note e di parole, venute da lontano eppure così in sintonia con i moti del cuore. Non posso dimenticare altri gruppi di cantori, tutti giovani e pieni di entusiasmo: la banda musicale di Velletri con i suoi scelti brani di musica sacra: il drappello delle guardie carcerarie che il maresciallo fa schierare per ricevere la benedizione della Madonna e del Vescovo.

E i gesti ablativi, gli ex voto, i ceri, le offerte non sono pure espressioni di gratitudine e di implorazione? Non sono forse un segno di cultura locale che si armonizza con la fedeltà dello spirito del Vangelo? Quando mai centinaia di persone si sono accostate al Sacramento della Riconciliazione e all’Eucarestia, come in questa straordinaria occasione? Concludendo questa specie di meditazione a voce alta, all’indomani di un evento indimenticabile, se l’amore non mi fa velo, mi pare di trovare nella festa della Madonna delle Grazie e nella pietà popolare che la contraddistingue, la tenace sopravvivenza di una devozione sincera, anzi la vittoria dello spirito in una società sempre più secolarizzata e materialista, il trionfo di quell’autentica “pietas” che è l’interiorità dell’uomo in un dialogo costante con Dio.

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